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Mons. Crepaldi: Pensare il G8 in relazione alla conferenza di Doha

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giampaolo crepaldi

Negli ultimi decenni si è assistito ad una crisi sostanziale del modello di governance globale dell’economia e della finanza, fondato su istituzioni che non hanno saputo o voluto penetrare in profondità i temi dello sviluppo, della leale concorrenza e dell’evasione fiscale. Di fatto, da un lato si sono affermati nuovi ‘luoghi di potere’ tale è, ad esempio, il G7/G8 ove effettivamente vi è la possibilità di incidere negli andamenti politici ed economici del pianeta, dall’altro, le attribuzioni dell’ONU e delle sue agenzie hanno perso di efficacia.

Da questa situazione e in prossimità del prossimo G8 mons. il card. Giampaolo Crepaldi, presidente dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan, che in questa fase di crisi economica è necessaria una nuova politica tesa allo sviluppo umano: “In questo senso, è necessario guardare con attenzione e speranza al cammino di avvicinamento alla riunione del G8 che si terrà a luglio sull’isola della Maddalena (Italia) e, in particolare, alla riunione del G20 in preparazione per i primi giorni di aprile a Londra.


Una rinnovata governance globale dell’economia ma anche della fiscalità e della finanza deve necessariamente prendere avvio da tre principi fondamentali: la responsabilità, la solidarietà e la sussidiarietà. La governance dell’economia globale, dunque, deve partire dalle mutue responsabilità individuali e comunitarie, così spesso trascurate nei percorsi di crescita economica intrapresi da molti Paesi oggi considerati sviluppati: responsabilità verso i sistemi economici meno progrediti, verso i più poveri, verso le nuove generazioni. Responsabilità che significa considerazione dell’interdipendenza delle azioni dei ‘grandi’ rispetto agli equilibri globali, ma anche agli equilibri particolari di altri Paesi.


Accanto a questo, la governance deve essere riformulata mediante una maggiore partecipazione democratica ai processi decisionali e, dunque, anche nelle responsabilità dei tanti attori in gioco: i governi dei Paesi sviluppati, le grandi istituzioni finanziarie internazionali, le organizzazioni internazionali, come pure i governi del Paesi in via di sviluppo, le organizzazioni professionali del lavoro e delle imprese, fino ad arrivare ad un pieno coinvolgimento della società civile.


Nuovi diritti di partecipazione non possono però esser fatti valere se non con la previa assunzione dei doveri connessi con il rispetto dei diritti umani e della democrazia. In momenti critici come questo gli organismi internazionali e gli Stati devono fare la propria parte, tenendo tuttavia sempre presente le necessità che tali interventi siano finalizzati a ripristinare la sussidiarietà. Essa non impedisce di ‘recare aiuto’, anzi lo richiede, però sempre con lo scopo di valorizzare il protagonismo dal basso, se non nell’immediato almeno nel medio e lungo termine: tale protagonismo costituisce, infatti, la premessa per l’autentico sviluppo umano, anche in campo economico.


Il rischio di decisioni repentine e poco ponderate per risanare i bilanci pubblici è quello di un ‘effetto domino’ sulle condizioni di esistenza delle realtà di piccole dimensioni: le pubbliche amministrazioni non scarichino i tagli sulla società civile, ma prima provvedano a riformare se stesse, gli Stati non intervengano se non con spirito di supplenza, indirettamente piuttosto che direttamente, l’inclusione dei paesi poveri passi attraverso la valorizzazione delle loro risorse, anche umane”.



giampaolo crepaldi

Questo è un articolo pubblicato il 26-03-2009 alle 21:51 sul giornale del 26 marzo 2009 - 2305 letture