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BFI 53rd London Film Festival: vincitori e vinti

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Premiato come BEST FILM (miglior film) Un prophète di Jacques Audiard (già vincitore del Grand Prix a Cannes). Il presidente della giuria, Anjelica Huston, motiva così la decisione:
“Un capolavoro: Un prophète ha l’ambizione, la purezza della visione e la chiarezza dei propositi che lo rende da subito un classico. Con un’immaginativa narrazione senza paragoni, superbe performances e temi universali, Jacques Audiard ha realizzato un film perfetto.”

Una menzione speciale va anche a The Road di John Hillcoat, un film dal forte sia dal punto di vista visivo che per le tematiche trattate e l’analisi dei rapporti umani.
Il premio BEST BRITISH NEWCOMER (miglior talento emergente inglese) viene assegnato a Jack Thorne, sceneggiatore del film The Scouting Books for Boys, per il poetico stile narrativo e la stupefacente immaginazione.
La giuria assegna inoltre una menzione speciale a J Blakeson, regista e sceneggiatore di The Disappearence of Alice Creed, per l’originale e ambiziosa regia. Il film Ajami (che aveva chiuso la “Quinzaine des réalisateurs” a Cannes), di Scandar Copti e Yaron Shani, si aggiudica il SUTHERLAND AWARD, premio per il più originale lungometraggio del festival.
Il LONDON FILM FESTIVAL GRIERSON AWARD, per il miglior documentario, viene assegnato a Defamation di Yoav Shamir, un film premiato perché “induce lo spettatore a riesaminare le proprie convinzioni riguardo un tema complesso e importante, in un modo coinvolgente e divertente”. Il BFI FELLOWSHIPS, premio assegnato dall’istituto cinematografico inglese, va all’attore inglese John Hurt (presente al festival con i film 44 Inch chest e The Limits of Control), e alla regista malese Souleymane Cissé (il cui film Tell Me Who you Are era incluso nella sezione del festival Film on the Square), per il loro significativo contributo all’arte della recitazione e della regia.
Si chiude quindi il sipario sulla 53sima edizione del London Film Festival.
Un festival che risplende di star del cinema ma non brilla certo per originalità. Numerosi i film in programma, di cui molti provenienti da altri festival e premiati da giurie di tutto il mondo.
Dai film di registi e attori famosi, come A Serious Man di Joel ed Ethan Coen e The Informant di Steven Soderbergh, ai film meno conosciuti al grande pubblico ma ben noti ai critici e al pubblico dei festival, come Lebanon di Samuel Maoz (Leone d’oro a Venezia) e Il canto di Paloma di Claudia Llosa (Orso d’Oro a Berlino).
Per quanto riguarda i film più indipendenti o le opere prime, a volte l’indigenza di mezzi ha influito sulla qualità visiva o sonora, non supportata da sufficiente originalità del soggetto o della modalità narrativa. Beeswax di \"LebanonAndew Bujalski ad esempio, è un film americano indipendente che racconta la vita quotidiana di due gemelle, Jeannie e Lauren. Mentre l’una è indecisa se accettare una proposta di lavoro in Africa, l’altra è proprietaria di un negozio d’abbigliamento ma deve affrontare i primi screzi con la sua socia di lavoro che potrebbero portare ad una lotta legale. Intorno a loro ruotano vari personaggi, alcuni ex-ragazzi dei tempi della scuola, l’ex-ragazzo di Jeannie che accetta di aiutarla con i suoi problemi di lavoro e che finisce con il rimettersi insieme a lei e i commessi del negozio. Una narrazione della vita di tutti i giorni che può piacere per la spontaneità e la naturalezza con cui vengono affrontati alcuni temi come la vita quotidiana di una ragazza disabile (Jeannie è costretta sulla sedia a rotelle), ma che nel complesso non riesce a convincere. Mancano spunti originali e la storia evolve verso un finale prevedibile, che è un non-finale in quanto non dice nulla di come andrà la temuta vicenda giudiziaria. Il film si concentra quindi più sui caratteri dei personaggi e sui loro rapporti interpersonali, ma lo sguardo del regista si muove troppo in superficie e non riesce a coinvolgere lo spettatore.
Don’t Worry About Me, opera prima dell’attore inglese David Morrissey, narra la storia di David che, dopo aver passato la notte con una ragazza, con una scusa decide di andarla a trovare a Liverpool, nella speranza di rivederla e iniziare una storia romantica. Scopre invece che lei lo ha usato per l’avventura di una notte. Triste e deluso, David si ubriaca in un pub di Liverpool e si risveglia il mattino dopo per la strada e senza portafoglio. Nella successiva ricerca di un modo per tornare a casa a Lontra si imbatte in Tina, con cui passeggia per le vie della città. I due si piacciono , si raccontano e si scoprono attratti. Ma alcuni spunti che potrebbero essere interessanti dal punto di vista visivo (come l’immagine dei due che passeggiano lungo la spiaggia tendendo per mano un gigante orso di peluche), non rendono appieno con la tecnica digitale. E la storia non riesce a catturare lo spettatore al punto da dimenticare la bassa qualità visiva e sonora.
Interessante invece l’attenzione dedicata ai documentari e ai film sperimentali. Mugabe and the White Africans di Lucy Bailey e Andrew Thompson, sorprende per la forza e il coraggio degli autori e dei protagonisti, che affrontano i soprusi del governo dello Zimbabwe. Il documentario 45365 di Bill e Turner Ross (vincitore del rinomato festival SXSW), nonostante a volte confonda lo spettatore con movimenti di camera repentini e instabili e zoom dall’effetto disturbante, offre uno sguardo silenzioso ad ampio raggio sulla società americana e in particolare sulla città di Sydney in Ohio, città natale dei due registi. Il film mostra allo spettatore scene di vita quotidiana di un giudice, i preparativi di una squadra di football americano, le chiacchiere di alcune donne anziane, il rapporto tra polizia e i cittadini. Nessuna voce fuori campo, nessuna spiegazione o commento. 45365 è uno sguardo puro e in qualche modo affettuoso su una piccola cittadina americana (il cui codice postale è il titolo del documentario). Quando poi la telecamera si ferma e si sofferma su alcuni paesaggi e scene di vita, emergono delle immagini belle ed emozionanti. E ci si dimentica così di alcuni difetti tecnici sopra citati.
Esilarante il documentario Trimpin: the Sound of Invention di Peter Esmonde, un inno alla creatività e alla perseveranza di un artista tedesco che effettua ricerche sul suono ed elabora vere e proprie sculture musicali. Nel lavoro di Trimpin il gioco diventa ricerca del suono in ogni sua forma e materia, attraverso l’uso e l’abuso degli strumenti musicali (ovvero del loro uso improprio, alternativo e creativo) o attraverso l’uso di strumenti-giocattolo e vari materiali che si trasformano in strumenti grazie all’assemblaggio creativo dell’artista.
Non delude infine la presenza dei film russi al festival, da Morphia di Alexei Balabanov a A Room and a Half di Andrei Khrzhanovsky, due film diversissimi ma dal forte impatto visivo e conditi da cinismo, poesia e humour.


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Questo è un articolo pubblicato il 15-12-2009 alle 13:57 sul giornale del 30 ottobre 2009 - 1388 letture