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Wikipedia: 10 anni di saperi comunitari

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Wikipedia compie 10 anni. Basata sulla semplice idea che la conoscenza sia un patrimonio comunitario piuttosto che individuale, Wikipedia ha invitato chiunque avesse accesso a internet a contribuire a rafforzare le proprie conoscenze attraverso un processo di discussione, costruzione del consenso e collaborazione. Un sapere comunitario che si può scambiare in 262 lingue diverse.

Dieci anni fa, quando Jimmy Wales lanciò l'idea di una piattaforma della conoscenza partecipativa e plurilingue, di tipo enciclopedico, basata sul web, pochi erano pronti a raccoglierla. L'industria della conoscenza era rigidamente divisa tra chi la produceva, chi la fruiva e chi mediava tra i due gruppi. Scostarsi da questa struttura sembrava assurdo.

Nel 2005 Wikipedia è stata sdoganata e promossa dall’autorevole Nature, che scriveva che i 4 milioni di articoli di allora provenienti dai volontari della comunità di Wikipedia potevano vantare un’attendibilità in linea con quella della prestigiosa Encyclopaedia Britannica. Ciononostante la polemica sugli sbagli (veri o presunti) di Wikipedia non si spegne.

Inoltre i suoi partigiani esaltano la democratizzazione del sapere e la sfida al regime capitalista dei diritti di proprietà intellettuale che Wikipedia rappresenta. I suoi detrattori, invece, la identificano con nuove concentrazioni di potere, un'ingiusta rappresentazione delle voci alternative e l'appiattimento delle complesse relazioni tra l'umanità e l'informazione.

Ma non c’è compleanno senza buoni propositi per l’avvenire. E allora Jimmy Wales e i suoi più stretti collaboratori di Wikimedia, l’associazione no-profit che si occupa della gestione dell’enciclopedia, vogliono aumentare la partecipazione femminile all’attività sul portale culturale e raggiungere il miliardo di utenti (dai 400 milioni di oggi) entro il 2015.

Inoltre verrà aperta una seconda sede nel paese in via di sviluppo più informatizzato del mondo, l’India, poi forse in Brasile e in Africa. E non è un caso che l’espansione sia tutta direzionata verso i paesi più poveri, perché è lì che c’è più bisogno di conoscenza e di una logica no-profit.



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Questo è un articolo pubblicato il 16-01-2011 alle 11:33 sul giornale del 17 gennaio 2011 - 1647 letture