Morbo di Alzheimer: scoperto nuovo processo dai ricercatori del Queensland Brain Institute

2' di lettura 05/02/2021 - Il morbo di Alzheimer, malattia descritta per la prima volta nel 1907, colpisce circa il 5% degli individui oltre i 60 anni e si caratterizza per un'alterazione graduale delle funzioni cerebrali che implica una seria difficoltà per il paziente nel condurre le quotidiane attività della vita.

Negli individui affetti da demenza, si osserva una perdita di cellule nervose nelle aree cerebrali fondamentali. Si riscontrano inoltre, placche amiloidi, fasci di fibre aggrovigliate e un basso livello di sostanze chimiche, come l'acetilcolina, che fungono da neurotrasmettitori.

I ricercatori di Brisbane, dell'Università australiana del Queensland, hanno scoperto un nuovo processo di semina nelle cellule cerebrali che potrebbe essere una causa dell'Alzheimer. Jürgen Götz, ricercatore sulla demenza del Queensland Brain Institute, ha affermato che lo studio ha rivelato che i neuroni aggrovigliati, segno caratteristico della patologia, formano in parte un processo cellulare che è andato fuori strada. Essi, così, consentono alla proteina tossica tau di penetrare nelle cellule cerebrali sane.

Di conseguenza, viene a crearsi un dannoso processo di semina che provoca grovigli di tau con perdita di memoria e altri disturbi. Secondo i risultati della ricerca, negli individui con Alzheimer gli esosomi, (ovvero le minuscole tasche che trasportano messaggi all'interno o all'esterno delle cellule), sarebbero in grado di indurre una reazione che buca le pareti della loro stessa membrana cellulare, consentendo ai semi tossici di fuoriuscire.

L'accumulo di tau genera grovigli e questi, assieme alle placche amiloidi, ossia proteine configurate in modo anomalo, costituiscono le caratteristiche chiave di queste malattie neurologiche. Secondo Juan Polanco, ricercatore del Queensland Brain Institute, oltre all'Alzheimer, questo processo cellulare potrebbe anche svolgere un ruolo di primo piano in altre patologie cognitive, dalla demenza del lobo frontale ai rari disturbi neurologici con tau tossica.

Intanto, sul versante delle cure, continua la sperimentazione di speciali microbolle che possono essere attivate grazie all’azione degli ultrasuoni e trasportare un farmaco facendosi strada attraverso la parete delle arterie che irrorano il cervello. In questo modo, consentono di ottenere il rilascio del farmaco stesso proprio nelle zone in cui serve, per chi soffre di malattia di Alzheimer o di altre patologie neurodegenerative.

La ricerca che prende in esame questi “trasportatori” invisibili di farmaci esattamente là dove servono, è stata realizzata in Australia, dagli scienziati del QIMR Berghofer’s Cellular and Molecular Neurodegeneration Group coordinati da Anthony White e Lotta Oikari, insieme con studiosi dell’Università del Queensland e della Finlandia. Grazie agli ultrasuoni, in pratica, si è riusciti a far sì che le microbolle caricate con i medicinali siano riuscite ad oltrepassare la cosiddetta barriera emato-encefalica, ovvero una sorta di “frontiera” che non permette il passaggio di numerosi composti dal sangue alle cellule del cervello.






Questo è un articolo pubblicato il 05-02-2021 alle 10:27 sul giornale del 06 febbraio 2021 - 862 letture

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