Cinque anni di lavoro nell'Urbe: parla Saul Pacurucu, già console dell'Ecuador a Roma

3' di lettura 21/12/2021 - Saul Andres Pacurucu, che è stato console della Repubblica dell’Ecuador a Roma, in precedenza con incarichi alla sede della WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, a Ginevra, ha da poche settimane terminato il suo incarico nell’Urbe, che era iniziato nel 2016. L’incontriamo nella galleria d’arte “La Pigna”, nei pressi di Piazza Argentina in pieno centro storico, grazie all’ospitalità della responsabile della struttura, Anna Maria Borsatti: la visita a una mostra d’arte è l’occasione per parlare francamente della sua esperienza a Roma, che – sottolinea il giovane diplomatico – s’ è rivelata senz’altro formativa, oltre che ricca di spunti.

Sono presenti all'intervista, oltre ad Anna Maria Borsatti e alla pittrice Squillacioti (tra gli artisti che espongono attualmente a La Pigna), anche Luis Miguel Pereira, Vescovo anglicano, originario della Colombia e operante a Roma, e Alexandra Tercero, ecuadoriana, mediatrice culturale, infaticabile organizzatrice di varie iniziative culturali nell'arte, nello spettacolo e nella moda: che intervengono puntualmente con osservazioni e suggerimenti di vario genere, relativamente soprattutto al rapporto tra Comunità ecuadoregna romana e arte e ai pericoli legati all'eccessiva diffusione, tra i giovani, della realtà virtuale.

Dr. Pacurucu, che bilancio si sente di fare di questi 5 anni trascorsi qui a Roma?

Un bilancio, direi, senz’altro piu’ che positivo: il consolato in questi anni è riuscito a fare parecchie cose, mantenendo sempre ottimi rapporti con le autorità italiane e occupandosi piu’ volte dei bisogni della Comunità ecuadoriana a Roma. Come sapete, un console ha un ruolo ben diverso da quello d’un ambasciatore: deve occuparsi soprattutto dei bisogni specifici dei suoi connazionali residenti “in loco” (che, nel Lazio,sono quasi 20.000: una discreta percentuale dei quasi 100.000 residenti in tutta Italia).

Di cosa, soprattutto, vi siete occupati al Consolato in questi anni?

Non solo delle solite questioni di passaporti, procure, certificazioni varie, ecc…: ma di tanti bisogni dei nostri connazionali. Abbiamo cercato anzitutto di migliorare i rapporti col Governo italiano, locale e nazionale, e di inserire maggiormente la Comunità ecuadoriana nella società civile romana. Questo, coltivando anzitutto buone relazioni con la sindaca Raggi: e occupandoci, ad esempio, anche di sport (ogni partecipante all’ ultima Maratona romana aveva nella sacca un depliant sull’ Ecuador: cosa che nessun altro Paese è riuscito a fare), sanità (con campagne d’informazione e prevenzione tra i miei connazionali, ad esempio contro i tumori femminili), corsi di lingua italiana. E poi, corsi di educazione finanziaria, di assistente familiare, di difesa personale, scuole estive per bambini, incontri di sostegno psicologico alla famiglia, serate culturali, celebrazione di festivitá nazionali e giornate di valore simbolico come il 25 Novembre, Giornata per l'eliminazione della Violenza sulle donne, o la Giornata del libro, della donna, del migrante e dell'invio di rimesse. Abbiamo fornito poi consulenza gli ecuadoriani di Roma (dei quali, teniamo presente, circa il 40% lavora nella collaborazione domestica e nell’assistenza alla persona) in tema fiscale, tributario, e di formazione professionale. Molti dei nostri connazionali, infatti, arrivano qui a Roma trovandosi senza lavoro e alle prese con debiti; oppure in possesso di titoli di studio qualificati che, però, non riescono a far convalidare in Italia.

Un ventaglio di settori d’intervento abbastanza esteso…

Senz’altro. Che abbiamo cercato di sviluppare con la preoccupazione, in primo luogo, d’impedire che le nuove generazioni di ecuadoriani cresciute in Italia, nel caso specifico qui a Roma, dimentichino le loro radici nazionali, o addirittura, crescano senza conoscere la lingua madre.






Questa è un'intervista pubblicata il 21-12-2021 alle 10:31 sul giornale del 22 dicembre 2021 - 215 letture

In questo articolo si parla di attualità, roma, lazio, intervista, Fabrizio Federici

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