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Novant'anni fa, il 29 marzo 1932, la morte di Filippo Turati, "anima" del socialismo democratico italiano

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La violenza è “propria delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, non già delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali e coi mezzi normali di lotta, imporsi per legittimo diritto.
La violenza è il sostitutivo, è il preciso contrapposto della forza. È anche un segno di scarsa fede nella idea che si difende, di cieca paura delle idee avversarie. È, insomma, in ogni caso, un rinnegamento, anche se trionfi per un'ora, poiché apre inevitabilmente la strada alla reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che ben presto, diventa controrivoluzione, che diventa vittoria e vendetta dei comuni nemici”.

Livorno, pomeriggio del 19 gennaio 1921. La città portuale vicino Pisa è teatro (...in un teatro celebre, il San Marco!) del nuovo Congresso del Partito Socialista Italiano, da tempo incerto se seguire l’ubriacatura rivoluzionaria accesa, negli ultimi anni, da Vladimir Lenin (accettando quindi, senza riserve, i 21 punti programmatici dettati, nella sua “ubris”, dal dittatore bolscevico ai partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici di tutta Europa) o, invece…Proseguire, invece, nella definizione d’una coerente politica riformista, ancor piu’ urgente e significativa per la ricostruzione d’un’Europa devastata – economicamente, moralmente, spiritualmente - dal fuoco della Prima guerra mondiale. Quel pomeriggio, l’autore di questo significativo discorso contro la violenza in nome dei valori del socialismo riformista e democratico è Filippo Turati. L’avvocato, sociologo, giornalista e poeta lombardo (nato a Canzo, presso Como, nel 1857) che quasi 30 anni prima di Livorno, il 14 agosto 1892, a Genova era stato l’ “anima” della nascita del Partito dei Lavoratori Italiani, poi Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e infine – dal Congresso di Imola del 1895 – Partito Socialista Italiano.Si era dedicato inizialmente, Turati, anche alla letteratura, pubblicando nel 1883, a soli 26 anni, "Strofe", una raccolta di poesie nel quadro della lirica sociale europea: favorevolmente accolta dalla critica,e dove spiccava, tra l'altro, un libertario, in parte carducciano, "Inno ad Epicuro", che celebrava l'antico filosofo greco come moderno portatore d'un messaggio di liberazione umana.

Il Congresso – dove, pure, Turati da contestato diviene quasi trionfatore, riscuotendo il consenso anche dei massimalisti di Giacinto Menotti Serrati e Costantino Lazzari, non filosovietici ma comunque fautori, in Italia, d’una rivoluzione totale – non vede il trionfo delle idee riformiste. La corrente riformista resterà a convivere, nel partito, con una maggioranza massimalista, mentre la sinistra, netta seguace di Mosca, uscirà dal PSI andando a costituire, con un altro Congresso, il Partito Comunista d’Italia. Nemmeno 2 anni dopo, il fascismo sarà al potere. Ma sessant’anni dopo, in un'intervista per il TG2 del 25 marzo 1982, uno dei protagonisti della scissione comunista del 1921, Umberto Terracini, non esiterà a individuare, nelle frasi e nelle parole dell'intervento di Turati al Congresso di Livorno, «un'anticipazione certamente intelligente e, direi, quasi miracolosa, profetica di una realtà che in tempi successivi venne poi maturando e che sta sboccando a lidi più concreti proprio nel corso di questa nuova epoca preannunciata». Giudizio analogo pronuncerà un'altra grande protagonista del Congresso di Livorno, la senatrice del PCI Camilla Ravera. Ma conosciamo bene la successiva storia d’Italia: solo 10 anni dopo queste significative – anche se tardive – prese di posizione di ex leader della scissione del '21, le vicende di Tangentopoli e le loro strumentalizzazioni politiche finiranno con lo spazzar via dalla scena politica italiana tuttle le forze tradizionali, e non solo il Partito socialista di Turati, Nenni, Saragat, Craxi.

Quasi 2 anni dopo Livorno, sempre Filippo Turati pronuncia un altro storico discorso. Il bersaglio, stavolta, è Benito Mussolini, che il 16 novembre 1922, presentando in Parlamento il suo governo a seguito dell'incarico ricevuto dal Re dopo la Marcia su Roma, ha definito arrogantemente il Parlamento stesso un ‘”aula sorda e grigia”.

“La Camera – risponde Turati - non è chiamata a discutere e a deliberare la fiducia; è chiamata a darla; e, se non la dà, il Governo se la prende. È insomma la marcia su Roma, che per voi è cagione di onore, la quale prosegue, in redingote inappuntabile, dentro il Parlamento. Ora, che fiducia può accordare una Camera in queste condizioni? Una Camera di morti, di imbalsamati, come già fu diagnosticata dai medici del quarto potere? [...] Si ebbe l'impressione di un'ora inverosimile, di un'ora tolta dalle fiabe, dalle leggende; quasi direi un'ora gaia (sic!) dopo che, dicevo, il nuovo Presidente del Consiglio vi aveva parlato col frustino in mano, come nel circo un domatore di belve - oh! Belve, d'altronde, deh quanto narcotizzate! - e lo spettacolo offerto delle groppe offerte allo scudiscio e del ringraziamento di plausi ad ogni nerbata”.

Filippo Turati morirà dieci anni dopo la Marcia su Roma, il 29 marzo 1932 (esattamente 90 anni fa), a Parigi, in casa di Bruno Buozzi, l’altro importante dirigente socialista, e leader sindacale, che in seguito,.a giugno del 1944, sarà tra i fucilati dai nazisti a La Storta, alla periferia nord di Roma. Dopo l’audace, rocambolesca fuga in motoscafo, da Savona alla Corsica, del Dicembre 1926 - organizzata, per Turati e il suo giovane seguace Sandro Pertini, dal brillante gruppo composto da Carlo Rosselli, Camillo e Adriano Olivetti, Ferruccio Parri – il soggiorno a Parigi, all’epoca principale punto di riferimento degli antifascisti italiani all’estero, rappresenta l’ultima, sempre combattiva, tappa della vita dell’infaticabile vegliardo del socialismo italiano. Che nel 1927 è tra i fondatori della Concentrazione d’Azione Antifascista, raggruppante tutti i movimenti e partiti antifascisti italiani in esilio a Parigi (con l'ovvia autoesclusione dei comunisti), e, nel 1930, si batte con successo per la riuniificazione in un solo partito dei socialisti italiani all’estero. Mai cessando di denunciare, al tempo stesso, le atrocità anche del comunismo totalitario sovietico; e rivolgendo nel 1932, alla socialdemocrazia tedesca, un’esortazione alla vigilanza contro l’incombente pericolo hitleriano che suona terribilmente profetica.

Turati viene cremato, ma le sue ceneri, insieme a quelle dell’altro socialista riformista Claudio Treves, saranno riportate in Italia solo nel 1948, e tumulate al Cimitero Monumentale di Milano, sempre con un'imponente manifestazione ufficiale e di popolo.

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Questo è un articolo pubblicato il 30-03-2022 alle 10:43 sul giornale del 31 marzo 2022 - 224 letture






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